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Sto aspettando: la mia, però, è un'attesa particolare, quella che ti fa venire i brividi; un'attesa che ti fa tremare dalla voglia di far arrivare quel momento come se fosse il prossimo, ma ad opporsi c'è l'orologio: il tempo, quello che determina le ore, che costituisce i giorni, gli anni, la vita. Solo lei può fermare queste lancette, solo la sua presenza. E’ un’attesa, la mia, che mi fa andare avanti e indietro, che mi fa guardare infinite volte allo specchio, con lo sguardo di chi si sente pronto, decisivo, ma che continua ad avere quel brivido strano e freddo su tutto il corpo, e cerco invano di riscaldarmi le mani serrate nella tasca di questo jeans che sto osservando da un bel po’ di secondi: andrà bene o no sotto questa camicia? L’acconciatura mia va bene o dovrò mettermi un po’ di gel? Ho l’armadio aperta ma i vestiti li ho già scelti e li tengo pure addosso. Continuo a guardarmi allo specchio, ammazzando i secondi che non arriveranno a quei minuti che determinerà insieme ad altri cinquantanove un’ora intera. Un ‘ora intera di attesa, come fare per ammazzare questa strana attesa? La fretta fa rallentare il pianeta orbitante attorno alla sua stella.
Mi sono seduto, ma poi mi sono rialzato: sto già immaginando come fare, ho già tutta la scena preparata davanti ai miei occhi con tanto di luogo e di dialoghi. Voglio baciarla. Devo baciarla. Sì, appena la vedo, così glielo faccio capire che vado matto per lei, anche se l’ha già capito, già lo sa. Ma ora devo passare ai fatti, quando vado a farmi la doccia devo consumare tutto il bagnoschiuma, devo essere profumatissimo, bello come non lo sono mai stato. Nel frattempo attendo; sto tentando di dare una spinta violenta ai secondi affinché fecondassero quel maledetto minuto, da me schiaffeggiato affinché partorisse altri cinquantanove minuti e poi sono andato dall’ora, perché si muovesse a far correre i minuti. L’ho già minacciata, dicendole che se non si sbrigava avrei sputato sul cielo e ne avrei fatto tante nubi opache che avrebbero coperto il sole e rovinato suo padre, il giorno. Intanto sto fermo di fronte a questo noiosissimo orologio, pensando che di ore dovrò minacciarne altre ventitrè e appena verrà l’ora tanto attesa la coccolerò affinché faccia riposare i suoi minuti.
Emanuele Cerullo
Notte tra il 5 e il 6 giugno 2009. Ore 3.29
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Col blog vado in ferie, non so con precisione per quanto tempo, ma sicuramente per più di un mese. Una volta tornato ci saranno tante sorprese, le quali non posso mettere in atto perchè finisco per dimenticare quello che c'è da fare, che è sicuramente più importante. Un saluto a tutti.
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Ho appena finito il mio primo romanzo, genere: thriller/giallo, ma non so a chi spedirlo. Alcuni autori hanno esordito facendosi raccomandare, e non essendo raccomandati. Per me c'è una grande differenza tra "farsi raccomandare" e "essere raccomandato": nella prima, non sei nessuno, non hai talento e vomiti furbizia, circondi l'autore che ha già pubblicato e ti fai servo per scrivere un libro con lui (della serie: Emilio Fede, "Se facevi il giornalista in Inghilterra o in Francia ti avrebbero già cacciato")... "essere raccomandato", invece, è avere talento, essere notato da quell'autore, da quella casa editrice, far vedere che ci sai fare. Non invidio nessuno, ma hanno esordito certi autori di cui ho letto addirittura i loro manoscritti e gli errori non erano quelli di sintassi (un po' come quelli che facciamo in molti), ma di ortografia vera e propria. Più penso questo, e più mi convinco che quella di oggi è una Letteratura di Mercato. Marketing, distribuzione, pubblico affinchè possa guadagnare molti soldi: ma la letteratura non dovrebbe essere questa. La scrittura è passione, non è un mestiere. Ecco come l'editoria ci prende per i fondelli.
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BUONA PASQUA A TUTTI...
MA SOPRATTUTTO
A LORO:
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Di solito non mi sono mai svegliato così presto: erano le 6.32, la sera prima ero in ansia perchè il giorno dopo avrei fatto il compito di matematica ed ero anche ben preparato: mi sveglio prima che la sveglia emettesse la solita melodia, anzi è stato mio padre a svegliarmi: "Manuè, svegliati, ma hai sentito in tv? C'è stato un terremoto". Salto dal letto, cosa rara visto che la mattina non vorrei mai alzarmi dal letto: "Ma dove?": "In Abruzzo", mi risponde. Con attenzione guardo un telegiornale: l'edizione straordinaria si concentra solo su quella notizia; sfilano immagini incredibili, auto rotte da mattoni caduti da palazzi, strada rotta... mentre mi vestivo vedo l'inviato che intervista Bertolaso. Ricorderò per sempre solo queste sue parole: "E' il terremoto più grave dall'inizio del millennio". Non potevo non fare la smorfia sorpresa, tanto da andare a scuola completamente dispiaciuto e tristissimo. Per strada la gente era normale, come se niente fosse successo, non avendo compreso che è stata la Loro terra a essere colpita, ma per "Loro" terra intenderanno altro. Sono arrivato a scuola alle otto in punto, vedo la prof di matematica che parla e gesticola con il prof di religione, volgendo in continuazione lo sguardo all'orologio; mi fa cenno di entrare nell'aula dei compiti: è vuota, o quasi: sono presenti altri due ragazzi appartenenti alla mia classe, che fanno un'ennesima ripetizione leggendo le regole della teoria sul libro di algebra. "Il compito lo faccio lo stesso", mugugna la prof mentre chiude la porta dell'aula dei compiti. E così è stato. Poi si rivolge a noi tre: "Avete la mia autorizzazione: chiamate i vostri compagni, dite che io il compito lo faccio lo stesso e che non sono giustificati". Chiamo una mia amica: "Noi non siamo venuti, abbiamo paura del terremoto!". Nel frattempo, in un'ora e trenta ho già finito il compito, lo consegno e la giornata scolastica va avanti discutendo del terremoto a L'Aquila. Oggi, mentre ero a casa, ne ho sentita un'altra di scossa. Ero al cellulare con la mia fidanzata, la quale, a un certo punto, mi chiede: "Per caso a casa tua si muove un lampadario?". Guardo subito sul lampadario della mia stanza, e in effetti si muove. Sono subito preso dall'ansia, vado in giro per la casa guardando tutti i lampadari che si muovono. Ora sono qui, tra un po' vado a dormire. Ma in fondo noi cosa siamo? Delle formichine: la natura ci schiaccia, ci avvolge e ci getta nel profondo più buio. Guardando la televisione, dai miei occhi sono apparse lacrime ardenti, erano in bilico, ma poi son cadute, vedendo quelle facce colme di sangue, gente che urlava, sirene dell'ambulanza, donne che scavano con le mani per trovare un loro parente tra le macerie... eh sì, le mie lacrime sono cadute come quei mattoni, cadono a terra e fanno male, ammazzano, ma non ho colpa: la distruzione che tutti vedono fa parte della mia crisi, di quando perdo le staffe, di quando ho una penna davanti, chiudo gli occhi, scarabocchio sul foglio e una volta aperti non mi rendo conto di averne rotto tutto il quaderno. L'ingenuità della natura. Ditemi voi se sbaglio a chiamarla "ingenua", anch'ella ha i suoi difetti, anch'ella può perdere la pazienza, come tutti noi. Ma la distruzione... nessuno la vorrebbe.
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