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10/11/2008

Giusto per aggiornare il blog (direi molto commentato!) pubblico un racconto scritto assieme a Flavia Balsamo, scrittrice che ammiro: è un racconto venuto fuori dall'idea del cosiddetto "Racconto a più mani", cioè con più autori, e ho voluto parteciparvi. Avrei voluto postare una riflessione sugli scontri tra gli studenti fascisti di destra e quelli di sinistra di Piazza Navona, ma vedendo alcuni video su youtube non ho avuto la voglia di mettere le dita sulla tastiera (per la vergogna, non per altro). Eccovi il racconto.

 

GRANDINE

A volte si sta soli tutta la vita. Altre non hai mai un minuto per stare veramente da solo. La solitudine è una donna, quando scappa la inseguiamo, quando invece è compagna di quotidiano la fuggiamo.
Stefano inseguiva la solitudine perché non l’aveva mai avuta. Era fidanzato da molti anni con Carmen che ogni giorno gli donava molto affetto e tante premure. Per Carmen l’amore era colmare i vuoti che ci sono nell’altro con le tue presenze. Carmen portava a Stefano la colazione la mattina del suo compleanno o del suo onomastico e quasi due volte alla settimana gli preparava un dolce. Gli faceva molti regali, sebbene nemmeno Stefano mancasse di queste premure, e lo telefonava più volte al giorno per accertarsi di come stava. Per molti sarebbe la fidanzata modello per altri una catena ai piedi che stringe sempre di più fino a che il sangue non arriva più al cuore. Stefano amava Carmen, o almeno così credeva, l’aveva sempre amata.
Squillò il telefono.
Stefano rivolgendosi alla mamma disse velocemente
“Mamma dici che non ci sono” e chiuse la porta della sua stanza.
Si tolse le scarpe senza slacciarle e si stese sul letto. Le lenzuola erano tutte sgualcite. La stessa notte Carmen era stata lì di nascosto ai genitori. Stefano affondando la testa nel guanciale sentì il profumo intenso e dolce di lei. Si alzò di scatto dal letto. “Non è possibile” pensava.
Entrò la mamma.
“Stefano era Carmen, ho detto che non c’eri, vi siete litigati?”
“No, no Mà tutto bene credevo fosse quel rompiscatole di Claudio, non ti preoccupare dopo la richiamo a Carmen …”
“Ah va bene tesoro, io adesso scendo a fare la spesa, vuoi qualcosa?”
“No niente”. 
La mamma uscì. Si sentirono i suoi passi per un po’ e poi la porta di casa chiudersi prepotentemente.
“Perché rifiuti le mie telefonate e nemmeno mi richiami?”
Stefano non rispondeva.
“Cos’è successo Stefano? Guarda che mi hai fatta stare molto male …”
“Mi dispiace … senti non ho voglia di parlare, voglio restare solo …”
Un lungo silenzio.
“Ancora? E questo è perché ti dispiace … Cosa ho fatto di male dimmi?”
“Niente, non hai fatto niente di male, anzi …”
“E allora perché mi fai questo?”
Carmen piangeva. I suoi singhiozzi echeggiavano nel telefono. Stefano non parlava, non sapeva che dire. Carmen era perfetta non le si poteva rimproverare niente. Non sapeva nemmeno lui perché non voleva vederla. O forse si. Era troppo per lui. Troppe premure, troppe telefonate, un’ossessione continua. Ma non parlò. Dopo tanti silenzi Carmen attaccò. Era forse la prima volta che mostrava un briciolo di dignità.
Si era rinchiuso nella sua stanza a sentire musica ad alto volume, a scrivere, a mangiare patatine e vedere film. Non faceva altro. A stento riusciva a sopportare sua madre che entrava ogni tanto a chiedere se stesse bene. Pensava costantemente ai primi giorni con Carmen, alla novità del suo profumo, a quella passeggiata in centro. Nemmeno esistevano i passanti per loro mentre camminavano abbracciati e si baciavano di continuo. La folla intorno svaniva. Adesso, a distanza di tempo, le troppe ore passate insieme, i giorni, le abitudini lo avevano assuefatto. Avrebbe preferito essere l’uomo della folla, disperdersi tra i passanti, fare amicizia col cartolaio, piuttosto che baciarla di nuovo. In Stefano i pensieri si ingrandivano con la solitudine come se questa li sfamasse con grossi bocconi di libertà. Non si era mai sentito così libero. Il vuoto prodotto dalle mancate circuizioni di lei gridava la sua vendetta per anni di soppressioni.  Finalmente era stato scoperto. Nessuna pala di cemento a riempire ogni buco ma un terreno sempre più vacillante, una tessera perforata a colpi di indifferenza. Se per tanto tempo non dai spazio alla solitudine questa poi torna a vendicarsi furibonda. E così accadde. La solitudine si riprese la sua libertà, lentamente. I giorni passarono tra un vuoto e l’altro, Carmen mancava ovunque. Non c’era la sua voce a svegliarlo, nè i suoi passi ad accompagnarlo nel tratto di scuola. Non c’erano le sue braccia attorno al collo quando piangeva disperata. Se prima era la presenza di lei a infastidirlo adesso la sua assenza lo tormentava. Si era chiesto più volte Stefano il perché, il motivo per il quale un amore può diventare fastidio fino a trasformarsi in rigetto. Adesso si chiedeva se fosse davvero amore quello che stava tornando in lui così prepotentemente.
“Possibile che sento di amarti così solo perché mi manchi?” questa domanda lo tormentava nelle ore vuote del giorno e in quelle interminabili della notte.
“E se una volta riavuta tornasse poi tutto come prima? Se riavendoti perdessi di nuovo la mia libertà e con quella il tuo amore?” . Domande simili gli affollavano la mente. Nell’inazione totale, guardando solo il soffitto, Stefano si sorprese a piangere. Era solo desiderio dovuto alla mancanza o era amore? Questo lui non capiva, nonostante le lacrime.
Le sue idee erano confuse, era struggente e dubbioso, ogni suo pensiero oramai era ferro arrugginito… Il cielo diventava sempre più opaco, un vento gelido accarezzava il viso di Stefano che contemplava quella stella sola, sfumata tra uno dei brandelli di nuvole... poi la pioggia. Le sue mani erano scaldate dentro le tasche sfondate della felpa … poi riproduce la canzone che è sempre piaciuta a Carmen… ogni suono di quella canzone corrispondeva a un suo ricordo, del primo capodanno trascorso insieme a lei, quando se ne stavano nella notte di San Lorenzo stesi sulla spiaggia a vedere le stelle cadenti… la pioggia diventa sempre più grossolana, picchia sempre più forte, ma la sente vicina, sì, sente il suo respiro, il suo battito, il suo profumo.
Questa volta, però, la solitudine è stata sconfitta dalla voglia di riaversi… i vetri della macchina sono appannati dai loro respiri… fuori la pioggia che cade… la pioggia della solitudine deviata da quella forza d’attrazione, quello scudo, quella protezione, quella bolla di amore coperta, fatta solo di due corpi, fatta solo di due cuori che battono insieme, nello stesso attimo, in una sola vita fatta di due anime.

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02/11/2008
Aveva preferito passare l'ultimo giorno di ottobre senza la compagnia degli amici, senza andare da casa in casa a chiedere il solito "dolcetto o scherzetto?". Eppure era già mascherato da succhiasangue, pronto per trovare il sangue adatto per rinforzarlo: ma se ne stava fermo. Rimase steso sul letto, con gli occhi concentrati sul soffitto che pareva opaco, il polso sinistro sulla fronte e la nuca sul cuscino. Ignorava le solite canzoncine giornaliere, quei rumori di casa e di strada che sentiva ventiquattro ore al giorno, quelle urla infantili, sangue non sufficiente per nutrirsi. Stava aspettando il momento giusto, agire nell'ombra, senza che nessuno lo vedesse. Pensava profondamente, parlava sottovoce, da solo, come se l'altra parte di se stesso fosse l'unica persona ad ascoltarlo. Sentiva la circolazione che passeggiava lentamente per il suo corpo, come se fosse un tragitto lungo e faticoso. Stava quasi per agire, ma era troppo tardi ormai: i succhiasangue, quelli veri, erano entrati nella sua stanza, l'avevano avvolto, bloccato, serrato, e gli avevano succhiato quella poca parte di sè che egli credeva fosse solo sudore, sudore che gli arrugginiva la pelle, la consumava, la finiva. La notte andò così: andarono per strada a spargere la cenere di quelli finti, e si tennero dentro tutto il sangue puro di quelli veri… e mentre stava per sorgere il Sole di un nuovo mese e di un nuovo giorno, i loro corpi andavano consumandosi per la strada, perdendosi tra l’asfalto freddo della notte appena passata.
 
 
Emanuele Cerullo

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