15/12/2008

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Aveva ignorato i passi precedenti, la Porta del Popolo varcata pochi minuti prima, l'Obelisco  alle sue spalle. Non immaginava che ci fosse tanto Sole, non a caso aveva addosso un maglione viola e un cappotto blu, pensando che quel giorno Roma fosse più fredda di Napoli. Avere lo zaino a tracollo e l'apparenza da epsloratore era il minimo per un turista. E' fermo, vicino a lui un amico e un'amica, attendono lei che, per magia, appare davanti a lui, attraversando la strada con gioia e baciandolo senza nemmeno dargli il tempo di concludere le parole "Mi sei mancata". Attendevano da molto quel momento, incontrarsi a Piazza del popolo, mettersi mano nella mano e dirigersi verso quella salita in un luogo di nome Pincio. La Terrazza ospita turisti che fotografano il panorama della città. Loro due sono gli Unici innamorati del luogo, sono quelli più isolati, quelli più soli. Si baciano con tutta la passione possibile, lui si ferma:
- Facciamo una cosa... ora tu ti metti così, normale, rivolta verso il Panorama... però chiudi gli occhi, ti dico io quando li puoi riaprire, ok?
- Okey - risponde lei.
- Tranquilla che non faccio niente di male... non scappo, eh! Sto qua...
La brezza accarezza la sua pelle e i suoi capelli lisci, non sente più niente, nemmeno la voce di lui. Silenzio assoluto, non sento più nemmeno la brezza, solo le mani di lui che le sposta i capelli per scoprire interamente l'orecchio destro.
Una canzone, un pianoforte... "A te che sei l'unica al mondo, l'unica ragione per arrivare fino in fondo ad ogni mio respiro..." la loro canzone, quella che le dedicò. Apre gli occhi, la sua Roma non l'aveva mai vista così bella, il cielo azzurro di Vita, il Sole più splendente che mai, gli edifici e le chiese erano diventati pensieri d'amore, la Piazza era a terra, lei in alto, più in alto che mai.
- Dammi la mano sinistra - le sussurrò.
Lei sentì un anello freddo infilarsi all'anulare, poi la sua mano che intreccia la sua, il suo viso che si gira verso di lui, fissa il suo sguardo, fa battere forte il suo cuore...
- Ti Amo.
Chiude gli occhi, tocca le sue labbra. Quel posto era diventato un paradiso: un posto unico, attorno a loro c'era un mondo a parte. Le sembrava di volare in alto, oltre il cielo, di raggiungere la vetta dell'Universo. Riceve il suo di ti amo, che permette al suo cuore di scoppiare e di ricomporsi col gusto di quel bacio, con quelle lingue ingarbugliate, con quelle labbra unite. Si riscaldarono coi loro abbracci e coi loro corpi, e ormai tutto il resto, si sa, è amore.

Emanuele Cerullo.

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02/11/2008
Aveva preferito passare l'ultimo giorno di ottobre senza la compagnia degli amici, senza andare da casa in casa a chiedere il solito "dolcetto o scherzetto?". Eppure era già mascherato da succhiasangue, pronto per trovare il sangue adatto per rinforzarlo: ma se ne stava fermo. Rimase steso sul letto, con gli occhi concentrati sul soffitto che pareva opaco, il polso sinistro sulla fronte e la nuca sul cuscino. Ignorava le solite canzoncine giornaliere, quei rumori di casa e di strada che sentiva ventiquattro ore al giorno, quelle urla infantili, sangue non sufficiente per nutrirsi. Stava aspettando il momento giusto, agire nell'ombra, senza che nessuno lo vedesse. Pensava profondamente, parlava sottovoce, da solo, come se l'altra parte di se stesso fosse l'unica persona ad ascoltarlo. Sentiva la circolazione che passeggiava lentamente per il suo corpo, come se fosse un tragitto lungo e faticoso. Stava quasi per agire, ma era troppo tardi ormai: i succhiasangue, quelli veri, erano entrati nella sua stanza, l'avevano avvolto, bloccato, serrato, e gli avevano succhiato quella poca parte di sè che egli credeva fosse solo sudore, sudore che gli arrugginiva la pelle, la consumava, la finiva. La notte andò così: andarono per strada a spargere la cenere di quelli finti, e si tennero dentro tutto il sangue puro di quelli veri… e mentre stava per sorgere il Sole di un nuovo mese e di un nuovo giorno, i loro corpi andavano consumandosi per la strada, perdendosi tra l’asfalto freddo della notte appena passata.
 
 
Emanuele Cerullo
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25/09/2008

(non autobiografico, fortemente non autobiografico)

Quella sera c'era un Plenilunio inevitabile, il bordo bianco dell'atmosfera lunare era molto ampio, il cielo affollato di stelle. Rimase a guardare la Luna, seduto su uno dei marciapiedi, mani intrecciate, gomiti appoggiati sulle cosce, ascoltava silenzioso il cantare insistente dei grilli, immaginando che, prima o poi, non sarebbe riuscito a sopportare neanche quei suoni troppo ripetitivi. C'era un'ombra vicino a lui, che invece di fargli compagnia nel contemplare il cielo guardava l'asfalto nero come pece.
- Perchè guardi a terra? Meglio mirare in alto...
l'ombra ascoltò, sospirò e poi gli rispose
- Sei a terra. Quello che guardi non fa parte del tuo mondo, per ora...
- Non è vero.
- Anche quella Luna che ti suggerisce tanti desideri, si sta eclissando...
- E' solo la Luna che si eclissa...
- Se i tuoi sogni si eclissano, allora anche tu ti eclisserai...
- Non sai nemmeno cos'è un eclissi...
- Si manifesta quando una cosa si posiziona davanti ad un'altra che emette molto ardore o molta luce, impedendogli quindi di emettere la luce che ha sempre emesso...
- Non si posizionerà nulla davanti alla Luna...
- Se così fosse, non sarei qui,
Tolse lo sguardo dall'asfalto, e lo rivolse a lui che, in tutta certezza, rispose
- Lo so chi sei... sei l'altra parte di me stesso...
- Nessuno te l'accerta
- Me lo accerta la tua presenza, che avevo percepito prima che tu poggiassi lo sguardo su questo asfalto...
- Se io sono l'altra parte di te stesso, tu allora chi sei?
- Io sono io. So bene chi sono. Conosco la mia identità, so quello che ho fatto e quello che mi è sfuggito...
- Delusioni, illusioni, sconfitte, dolori...
- Non mi hanno provocato nulla...
- Se fosse così non sarei mai nato.
- Tu non esisti nemmeno.
- Con chi parli allora? Da solo?
- No. Parlo con la Tristezza...
- Se fai così mi nutri di più. Hai L'Universo sopra di te, come fa a renderti triste?
- Perchè ci sei tu.
Si alzò dal marciapiede e, a passi lenti, abbandonò il posto. L'altro, invece, cominciò a fissare la Luna che pian piano veniva consumata da un Nero che la copriva. Le Stelle si spegnevano una alla volta, molto lentamente; le galassie tendevano ad affievolire. Tolse lo sguardo dalla Luna: attorno a lui non c'era più Nessuno. Nemmeno chi lo aveva creato.

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30/05/2008
Eccolo. Come sempre Lei si sente appesantita, si sente pugnalare nella sua mente la presenza di lui. Le chiavi di casa, tolte dalla serratura, vengono gettate sul tavolo della cucina. Un’altra ferita.
Non ce la fa più … è una tortura, una tortura umana. Ed ecco anche la sua voce, brutta, grossolana ma forte. La tocca con quelle mani che lei ormai conosce bene; ha già assaporato le precedenti botte, quando le tirava i capelli, quando, a ogni suo torto, rispondeva sempre con le mani. Le lacrime di lei non bastano. Anzi: non servono, per sfogarsi; se ne stanno sull’estremità dell’occhio, scendono cocenti come il fuoco. La sento gridare … nemmeno la voce basta, per sfogarsi; movimenti agitati, le mani di lui sono chiodi che la crocifiggono di tortura, schizza sangue di sfogo, fa male. Quei chiodi nella carne della ribellione sono ancora più forti. L’ultimo urlo di lei, seduta nell’angolo col trucco consumato, rimbomba nella stanza vuota … la sento gridare, ancora un’altra volta.
 Emanuele Cerullo
Trovo che Emanuele abbia descritto questa orribile, insopportabile vicenda con una passione poetica inaudita. Le sue parole entrano, perforano le nostre anime proprio come quei chiodi, le mani di lui su di lei, portavoci di una violenza "umana" a cui non vorremmo mai assistere. Essa ci ricorda che l'uomo è un essere che può "ammalarsi", che può divenire una bestia feroce. Il fatto di  poter vedere, poter reagire, poter parlare ci rende uomini; il problema è quando nasce dentro di te un sentimento strano, mai provato, un sentimento di timore, perché quella "bestia" ha due occhi, due mani e una bocca proprio come te. Potresti essere tu.
L'uomo è un essere malato.
E con le lacrime agli occhi che scrivo queste cose, lacrime per quel genere umano che amo e che vedo scomparire nei tratti feroci di questa "animalità" che quotidiana si brucia nel vuoto di una stanza d'albergo: le sue mani su di lei, tutta l'angoscia e il terrore di essere indifeso trasuda dalle pareti e giunge sino alle mie stanze. Come un discepolo durante le passione del Cristo non riesco ad abbracciare la sua croce, quanto vorrei asciugarle le lacrime e lavarle il sangue dal volto, invece,  la sento gridare.
Flavia B.
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25/05/2008

Napoli a munnezza

Sta quasi per avvicinarsi l’ora di pranzo, e quella baracca verde vede scomparire come dei fantasmi i suoi ospiti giornalieri. La Gazzetta dello Sport viene ripiegata e gettata lì sul tavolo che ha accarezzato ogni cosa, comprese le mani e la stoffa dei vestiti dei giovani che, di sera tarda, affollano tutto il marciapiede. Non salutano nemmeno. Se ne vanno a testa bassa con le mani nelle tasche. Alfonso e Salvatore restano seduti; guardano la strada, guardano le macchine che a un certo punto non vanno dritte ma si spostano più a sinistra perché ci stanno delle cose variegate che bloccano il loro perfetto tragitto. E se ne stanno zitti. Solo Emanuele rompe il silenzio…cantando.
- Chist’è ‘o Paese d’o Sole…Chist’è ‘o Paese d’a munnezza…
Si siede di fronte ai due, posa sul tavolo delle carte napoletane, fresche, appena comprate:
- Mo’ facimme ‘na cosa: chi avence contro a mmè, ‘o faccie faticà dint’a ll’Asìa.
- Parla italiano, Manue’… altrimenti l’Italia non potrà mai capirci…
- Alfò… gioca tu, dai… per una volta la smetti di vedere ‘sto panorama poetico, che ti da’ così tanta ispirazione!!!!...
- Che gioco?
- Facciamoci ‘na scopa… che ci vuole pure… pulire, spazzare!
Salvatore rappresenta lo spettatore… è seduto distante dai due sfidanti di scopa… continua a contemplare quelle auto. Mentre Emanuele distribuisce le carte fischiettando, Salvatore mugugna
- Dobbiamo reagire… noi siamo cittadini, protestare contro le ingiustizie è nostro dovere!
- Già… - gli risponde Alfonso mentre si accende una sigaretta – tutto ‘sto fumo nero per l’aria ci fa male…
- E tu pensa che faccio confusione nel distinguere tra l’asfalto e la roba nera che viene bruciata…
- Diossina… è diossina – interviene Emanuele mentre concede un primo sguardo sulle sue carte
- Eh… e mica è niente!
- Shhh… zitto Toto’… ché qua chi vince pulisce l’intera città così non moriremo più di tumori per aver respirato quest’aria…
- Mi ci gioco la casa io, invece… con tutta questa disoccupazione, secondo te, danno il posto di lavoro al primo idiota che passa?
- vabbè… comunque non rompere, fammi giocare
Quattro carte sul tavolo:
Due di Spada, Sette di Denari, Quattro di Coppe e Asso di Bastone; parte Alfonso
- Tengo Dieci di Denari… e mi prendo: Sette di Denari, Due di Spada e Asso di Bastone…
- Azz… uà però che fortuna…
Salvatore scoppia dal ridere… poi fa:
- Quell’Asso di Bastone lo darei in testa, al Sindaco
- ‘O rrè... quelli che tutti credono di essere… ma alla fine sono tutti schiavi delle proprie idee che li intrappolano nella rete della confusione
- Questo l’ho letto nel tuo articolo su quella rivista locale…
- E…comunque… quel re ha preso il Due di Spade…
- Punge!
- No, anzi, le avrà prese perché non ne avrà manco una di spada!... Ecco… La presunzione di essere Re… e poi non hanno nemmeno le armi per combattere
- Proprio come il nostro Presidente…
- Lasciamo stare Totonno… che poi c’ha pure il mio stesso nome!...
- E poi hai preso pure un Sette di Denari
- Vale tanto! Te lo dice Salvatore, uno che se ne intende di scopa…
- Seh… e poi si mette a vedere il cassonetto che brucia… ma dai! Persino dei truffatori dello Stato come quelli ne hanno tanti di Denari
- Truffati… da noi, per giunta… dai Manue’, gioca
- Getto Dieci di Coppe
- Bravo… e questo pure c’è l’ho!...
- Oh, Toto’… non è che gli stai suggerendo qualcosa?
- Noooo… io vedo quel cassonetto che brucia… Intanto se uno di voi ha un quattro, ha fatto scopa
- Bho… io no
- Nemmeno io…
- Allora getto un Sei di Spade
- Eh…vai Manue’… che sei spade ti bastano per ferire il nemico e andare al potere
- Io qua ne ho dieci… di spade… Scopa!
- Una carta hai gettato e hai fatto subito scopa…strano…
- La Sinistra ha messo in ginocchio il nostro Paese… ma noi lo rimetteremo col culo per terra… Rialzati, Italia! – esulta Emanuele.
La partita va avanti a sbalzi, non c’è né un vincitore né un perdente provvisorio, sono a parità.
- Uh, quanta gente c’è lì in fondo… eppure, strano, ma ce ne siamo accorti adesso…
- Quel fumo è ormai sparso nell’aria del Vesuvio, di Pulcinella, della pizza…
- Non pronunciarmi la pizza, che a pensarci ci rimango male
- Sì, anche io… falla fare fredda, tanto non ha più il suo sapore originario…
- No… che hai capito!... Ieri mi stavo affogando con la mozzarella della pizza…
- E’ diossina… anche la mozzarella… ancora non lo sai?!
- Sìsì, questo lo sapevo...
Come sempre, interviene Salvatore:
- Però io sono del parere che solo i turisti possono dire Ah, che buona la mozzarella napoletana!
- Eccerto – risponde Alfonso – tanto non vivono con i propri occhi la verità
- E comunque non respirano l’aria come la respiriamo noi
- Certo, Emanuele… c’hai ragione...
- Questi suoni squillanti delle sirene mi danno fastidio…
- Sono uno, due… tre, quattro… cinque camionette della Polizia
- Ma che è! Il G8?
I tre scoppiano dal ridere… si alzano, le carte rimangono lì, alcune spazzate via dal vento, altre intatte, come quel Re… anche loro fanno piangere di ruggine la baracca sempre più sola.
E’ ora di pranzo. Nel TG della Regione si vedono immagini violente, di guerra.
Vedendo quelle immagini, Emanuele pensa che Alfonso abbia sbagliato nel prendere le carte. Di bastone non c’è ne uno solo… ma tanti… bastoni che non vengono scaraventati ai politici, ma ai cittadini. Negli occhi di quei tre c’è la vergogna, la rabbia, il dolore…
- Mamma, guarda quel gabbiano!
Indica un bambino per la strada.
E intanto Emanuele continua a pensare che quel Re non c’è… quelle spade pungono, ma si vede solo dall’apparenza… ora, sul Tavolo, ci sono rimasti dei bastoni che feriscono la società.
 
Emanuele Cerullo