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02/12/2008

Alcuni giorni fa, nel compito di italiano (Analisi del Testo Narrativo), c'era un racconto di Anton Cechov (che tra l'altro avevo già letto l'anno scorso), e alcuni esercizi (noiosissimi) da svolgere come la divisione in sequenze, il riassunto, caratterizzazione dei personaggi... l'ultimo esercizio era quello di scrittura creativa (come sempre!): inventare una storia di una scena di estrema importanza ma che il protagonista "prende alla leggera". Eccovi la mia storia...

In quella sera di fine Novembre il cielo non era mai stato così limpido. Stava per terminare un'altra settimana, un'ennesima Domenica, e Lorenzo stava appena tornando da Mergellina con gli amici. Si fermano a Piazza del Plebiscito, salutando gli altri amici che se ne stanno ogni sera a divertirsi nei dintorni. La Brezza diventa improvvisamente vento gelido e violento, centinaia e centinaia di turisti, dopo aver assistito al concerto del più grande artista del Paese, iniziano ad agitarsi, altri a correre.
- Lorè, scappiamo! Sta venendo verso di noi!
- E' velocissimo! Scappiamo!
- Ma che succede? - si chiede Lorenzo guardandosi attorno - Perchè scappate?
Ebbe una risposta solo guardando quel gigantesco meteorite che velocemente andava a sbattersi proprio sulla piazza.
- Ma di che avete paura? Perchè scappate? E' solo un meteorite! Non abbiate paura, la Piazza verrà solo ristrutturata, non saremo mica noi a spendere i soldi per ricostruirla!
Lorenzo, ormai, parlava da solo. Inutile urlare, nessuno lo ascoltava: in piazza era rimasto da solo contro quel meteorite che correva alla velocità della luce; è proprio di fronte a lui: gli va in faccia. Egli apre gli occhi, vede tutto di nero, sente qualcosa di morbido davanti agli occhi, se lo sposta: è un cuscino.
- Lorenzo, vai a scuola che oggi non puoi assentarti, c'è il compito di italiano!
Egli è sconfitto, guarda sul soffitto, sospira lentamente e mugugna:
- Ma non era meglio se si schiantava, quel meteorite?

Emanuele Cerullo

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30/05/2008
Eccolo. Come sempre Lei si sente appesantita, si sente pugnalare nella sua mente la presenza di lui. Le chiavi di casa, tolte dalla serratura, vengono gettate sul tavolo della cucina. Un’altra ferita.
Non ce la fa più … è una tortura, una tortura umana. Ed ecco anche la sua voce, brutta, grossolana ma forte. La tocca con quelle mani che lei ormai conosce bene; ha già assaporato le precedenti botte, quando le tirava i capelli, quando, a ogni suo torto, rispondeva sempre con le mani. Le lacrime di lei non bastano. Anzi: non servono, per sfogarsi; se ne stanno sull’estremità dell’occhio, scendono cocenti come il fuoco. La sento gridare … nemmeno la voce basta, per sfogarsi; movimenti agitati, le mani di lui sono chiodi che la crocifiggono di tortura, schizza sangue di sfogo, fa male. Quei chiodi nella carne della ribellione sono ancora più forti. L’ultimo urlo di lei, seduta nell’angolo col trucco consumato, rimbomba nella stanza vuota … la sento gridare, ancora un’altra volta.
 Emanuele Cerullo
Trovo che Emanuele abbia descritto questa orribile, insopportabile vicenda con una passione poetica inaudita. Le sue parole entrano, perforano le nostre anime proprio come quei chiodi, le mani di lui su di lei, portavoci di una violenza "umana" a cui non vorremmo mai assistere. Essa ci ricorda che l'uomo è un essere che può "ammalarsi", che può divenire una bestia feroce. Il fatto di  poter vedere, poter reagire, poter parlare ci rende uomini; il problema è quando nasce dentro di te un sentimento strano, mai provato, un sentimento di timore, perché quella "bestia" ha due occhi, due mani e una bocca proprio come te. Potresti essere tu.
L'uomo è un essere malato.
E con le lacrime agli occhi che scrivo queste cose, lacrime per quel genere umano che amo e che vedo scomparire nei tratti feroci di questa "animalità" che quotidiana si brucia nel vuoto di una stanza d'albergo: le sue mani su di lei, tutta l'angoscia e il terrore di essere indifeso trasuda dalle pareti e giunge sino alle mie stanze. Come un discepolo durante le passione del Cristo non riesco ad abbracciare la sua croce, quanto vorrei asciugarle le lacrime e lavarle il sangue dal volto, invece,  la sento gridare.
Flavia B.

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08/04/2008
Frammenti d’Autore: Ieri
Si affacciò alla finestra, vuoi per sentir cinguettare gli uccelli, vuoi per contemplare il cielo privo di polvere: vide sottocchio un pallone che andava per aria e tornava giù, ricordò quelle partite di calcio con gli amici. Si riguardò quasi con rimorso le sue mani invecchiate. Invecchiate dal tempo, da quei giorni che erano come una voragine che era così immensa ma che a superarla non bastava nulla. Chiuse la finestra, andò in cucina, rivolse il suo sguardo con quello della moglie; a vivere c’era anche il ricordo. Quelle mani erano diventate improvvisamente giovani… era solo ieri…un’ esperienza passata, ormai.
Emanuele Cerullo

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04/04/2008
Quei due gli coprono quella poca luce che gli era rimasta per vedere qualcosa di più chiaro… così lo massacrano… quando l’inerme comincia a sgolarsi e a chiedere aiuto, i due gli dicono le ultime parole
- Così vediamo se continuerai a parlare… non vogliamo sentirti più… ti abbiamo ignorato già per troppo…
Il ragazzo riesce a stento a prendere il suo libro, lo apre e fa esalare il sapore dei suoi pensieri, sciogliendo quelle minacce come cera… poi si alza guarito… ascolta il vento che gli passa per le orecchie, si gira indietro… quei frammenti di cera sono stati portati via dalla brezza…
 
Emanuele Cerullo
A Peppino Impastato e a tutti coloro che sono stati uccisi dalla mafia per il proprio impegno sociale.

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03/04/2008
Rimasi a terra, nell’angolo, massacrato da quelle parole, crocifisso da quelle calunnie. Poi mi rividi, contemplando le mie gambe sature di colpi sanati da questa poca luce, le mie mani sporche pulite con l’asciugamano dei miei desideri; vado sotto la fontana del destino, mi bagno la faccia con l’acqua limpida della coscienza… ma non posso fare a meno di guardare quella porta che mi fa ricadere ancora più in basso…così lontana… eppure c’è luce, più luce di questa stanza buia e umida.
E’ la sua voce che mi fa varcare la soglia del mio futuro.
Emanuele Cerullo

09/02/2008

Devo stare calmo... sono troppo emozionato, un boato di pubblico urla il mio nome, li ascolto... guardo il mio microfono, no... è presto per cominciare a cantare, la musica ancora non è partita... ne approfitto per ascoltare qualche instrumental per allenarmi un po' con la voce e con le mani gesticolate,  ora ascolto solamente il mio lettore MP3 che riproduce le mie basi, mi metto il cappuccio sul mio cappello grigio, le mie mani cominciano a sudare e tremano come le mie gambe, tiro un sospiro di sollievo, il mio cuore va a mille, guardo e riguardo quel microfono nero senza fili pronto per essere impugnato dalla mia mano destra... e ora anche io sono pronto per sparare le prime rime... la musica parte; è come un freestyle che ho sempre fatto, non me ne frega se è un dissing, esco dal mio camerino, tante pacche sulle spalle... ed ecco che il palco mi si apre davanti, sono bloccato…  c'è tanto pubblico davanti a me...mi applaude. E ora la musica mi scorre nelle vene, non faccio altro che rappare... tutto questo pubblico è venuto qui per me, per sentirmi, per vedermi…

(un frammento di Emanuele Cerullo)

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